CONSACRAZIONE

CONSACRAZIONE

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Di Patrick Michael Clark

Photos courtesy of Library of Congress

Stavano ormai smontando l’impalcatura attorno alla torre nel parco. Per tre anni, Davey e Connor avevano seguito con attenzione i lavori degli operai attorno alla facciata della cattedrale appena costruita, che di giorno in giorno si innalzava sempre di più stagliandosi sopra le case e gli alberi dei quartieri attigui. I lavori ora volgevano al termine.

“Pensi che il Papa verrà a visitare la città?” chiese Davey.

“Ovvio che non lo farà” replicò Connor, come sempre convinto di essere il più intelligente dei due  “al massimo verrà il vescovo Van a officiare la Messa di Consacrazione.”

“Secondo te riusciremo a partecipare?”

“Sì, se hai i soldi per comprare il biglietto.”

Attraversarono la strada, schivando un carretto.

“Immagino che tutti i ricconi faranno di tutto per partecipare alla Messa”  osservò Davey.

I tram elettrici erano l’elemento più utile nella città, dopo la statua del Generale Lee. La comunità irlandese di Richmond finalmente poteva dirsi orgogliosa di qualcosa, nonostante l’arcigno vescovo, originario del Belgio, non sembrava molto affettuoso nei loro confronti.

Ovviamente tutto questo non era al centro degli interessi dei trentenni Davey e Connor. Il tram era semplice da usare, bastava sapere quando salire e quando scendere, e loro lo utilizzavano principalmente per giungere a Gamble’s Hill.

 

La statua del Generale Lee era un altro discorso. La sua costruzione era stata avvertita da molti come uno schiaffo nei confronti dei cattolici e più precisamente del loro culto della Vergine Maria. La maggioranza protestante ci teneva molto a mantenere le distanze, asserragliandosi nella propria visione della spiritualità. Non a caso venne scelto il Generale Lee come soggetto della statua: tutti sapevano che quella figura che guardava il lato sud di Monument Avenue dall’alto del suo cavallo era stato uno dei più fieri difensori dell’identità protestante.

Gli anziani veterani di guerra, ogni anno, in occasione del Memorial Day, rendevano omaggio al monumento, accompagnati dai propri figli. L’anno precedente Davey aveva provato a chiedere a suo nonno Fergus se avesse mai visto di persona il Generale Lee. L’uomo, negli anni della guerra, lavorava in una fonderia e aveva perso un braccio a causa di un incidente con un ingranaggio meccanico. Da quel momento in poi, trascorreva le sue giornate nel porticato sotto casa, fumando sigarette di bassa lega e leggendo il giornale del giorno prima.

“Non l’ho mai visto di persona, ma ho visto i suoi uomini. Provarono a radere al suolo la fonderia quando si ritirarono dalla città, nel ’65. Noi ci asserragliammo dietro al cancello per fermarli. Le giubbe grigie ci videro e non provarono nemmeno ad affrontarci, mossero verso ovest abbandonando la città.” raccontò nonno Fergus.

E perché volevano distruggere la fabbrica?” chiese Davey.

“Non volevano che i nordisti la prendessero. Ma la battaglia finì la settimana dopo. Se fossero riusciti nel loro intento, avrebbero distrutto tutto per niente.”

 

La popolazione irlandese non nutriva per il generale Lee l’ammirazione che aveva la compagine protestante. Non c’entrava la differenza di ricchezza: infatti alcuni poveri erano stati arruolati nell’esercito di Lee e partecipavano alle parate dei veterani, ogni anno; inoltre alcuni anziani irlandesi vivevano alla Casa del Reduce. Tuttavia Davey e i suoi amici non vi facevano molta attenzione. Erano ormai anziani innocui che trascorrevano la loro vecchiaia giocando a domino e partecipando ai funerali dei propri ex commilitoni.

Ma rappresentavano un’eccezione. La maggior parte degli irlandesi lavoravano nelle industrie che producevano sigari o nei mulini lungo il fiume. Era il caso del padre di Davey, che dopo aver ricevuto un’educazione basilare fondata sul Catechismo, aveva cominciato a lavorare prestissimo e lo faceva tuttora, tornando a casa la sera con i vestiti impregnati dell’odore dei magazzini.

Nel caso dei bambini, la differenza tra irlandesi e protestanti stava nell’educazione. Frequentavano principalmente la parrocchia della Cattedrale di San Pietro, tra chiesa, scuola e doposcuola. Davey e Connor erano due degli insegnanti che si prendevano cura di loro mentre i loro padri lavoravano per la chiesa e le loro madri vi offrivano i loro lavori di ricamo.

L’ultimo sabato di ottobre, Padre O’Reilly salì sul pulpito di marmo del santuario di San Pietro per dare un annuncio. I suoi capelli pettinati all’indietro splendevano sotto la luce colorata del rosone.

“Il vescovo Van de Vyver ha chiesto ai ragazzi della scuola parrocchiale di servire alla Messa di Consacrazione della nuova Cattedrale, che è stata fissata per il Giorno del Ringraziamento.” padre O’Reilly, mentre parlava, guardava con attenzione le bancate affollatissime  “Tutti noi aspettiamo con trepidazione che la nuova Cattedrale venga aperta al culto, e sono sicuro che il nuovo edificio sarà strapieno.”

 

Davey ricordava bene il giorno in cui era stata posta la prima pietra, tre anni prima. Il vescovo Van era stato a dir poco arrogante, pretendendo di portare con sé i ragazzi della Scuola del Sacro Cuore affinché servissero la cerimonia al posto dei ragazzi della parrocchia. Questa era la sua occasione di riottenere il consenso dei parrocchiani.

“Non posso garantirvi niente” disse il sacerdote, riponendo i suoi paramenti sacri negli armadi della sacrestia  “è il vescovo che decide. Probabilmente ci penserà questa settimana.”

“Ho già servito ad una sua Messa”  si offrì Davey.

“Devi già pensare ai ragazzi del Sacro Cuore. Il vescovo ha detto che vuole che siano i parrocchiani a collaborare. Io ci vedo un modo fantasioso per fare penitenza.”

Il parroco inchiavò l’armadietto e Davey uscì per ricongiungersi con la sua famiglia.

“In Irlanda non avevamo più cattedrali così belle”  disse nonno Fergus, radendosi, mentre Davey reggeva uno specchio davanti al suo viso  “Quando venne John Bull le prese e le consegnò tutte alla Chiesa Protestante. Adesso ci saranno pure delle grandi chiese, ma quando vivevamo nel Connemara non ce n’erano più.”

Nonno Fergus pulì il rasoio e gettò l’acqua sporca nella strada. Quindi si sedette di fianco a Davey e riaccese una sigaretta già utilizzata. Era il crepuscolo e, in lontananza, giungeva il rumore degli ultimi convogli che rientravano nel deposito di Chesapeake & Ohio, mentre le facciate delle case si adombravano sempre di più.

“Immagino questo significa che ormai siamo americani a tutti gli effetti”  disse nonno Fergus.

“Per via della nuova cattedrale?”  chiese Davey.

“Sì”  disse l’uomo, scomparendo in una nuvola di fumo  “abbiamo costruito un posto adatto per l’Onnipotente e per noi. È una bella cosa.”

Il lunedì successivo i ragazzi dell’Accademia di San Pietro si riversarono nel cortile per pranzare. La scuola era abbastanza vicina al centro cittadino, a due isolati dalla chiesa dalla facciata consunta e il portale scrostato dal tempo.

Dalla sua costruzione, molte cose erano cambiate. Il fumo e lo smog ora avvolgevano le case, costruite nei tempi in cui i Saveriani erano arrivati ed avevano fondato la scuola. I ragazzi potevano udire il rumore dei convogli del tram, misto alle voci degli uomini che lavoravano.

Gli studenti erano poco più di duecento, e nonostante consumassero il pranzo a turno, il cortile risuonava continuamente delle loro voci. Davey vide Connor, come al solito seduto nel suo angolo preferito, vicino ad una porta laterale. Come tutti i giorni, mangiava le sue noccioline fissando i sassi che costellavano il cortile.

“Hai in mente di servire la Messa il Giorno del Ringraziamento?” chiese Davey.

“Macché”  rispose Connor  “Sai a che ora dovrei svegliarmi?”

“Padre O’Reilly ha detto che dovremmo svegliarci alle quattro, perché la Messa comincerà alle sei.”

“Vedi? Non ho in mente di sprecare così il mio giorno libero.”

“Non sarebbe uno spreco”  disse Davey.

Connor ingoiò una manciata di noccioline e schiacciò un sassolino tra le dita.

“È uno spreco, eccome. Non capisco perché ti sei appassionato così tanto a quest’inaugurazione.”

“Semplicemente, la vedo come una cosa importante.”  lo contrastò Davey.

Seguì un attimo di silenzio, durante il quale Connor si guardò intorno per controllare che nessuno stesse origliando.

“Non dico che servire alla Messa sia uno spreco di tempo, dico solo che comunque sarà inutile perché i ragazzi del Sacro Cuore lavoreranno al posto nostro”  spiegò masticando una nocciolina  “Al più dovremmo prepararci ad una bella rissa.”

“Dove?”  chiese Davey.

“A Monroe’s Park. È ai limiti del loro territorio. Ci scontreremo, è questione di due giorni.”

In quel momento suonò la campanella e il gruppo di studenti rientrò nell’edificio scolastico.

“Avranno quello che vogliono. So che posso contare su di te, Davey”  disse Connor, alzandosi dal suo posto e scrollando le molliche via dalla camicia.

“Certo”  rispose Davey.

2

Al suono dell’ultima campanella del venerdì pomeriggio, i ragazzi del San Pietro attraversarono la strada, diretti al parco attraverso Grace Street, all’ombra delle torri della cattedrale. Tra di loro, spiccavano dodici ragazzi che sembravano più duri degli altri, mentre li guidavano al luogo prescelto. Per tutta la settimana avevano aspettato con trepidazione di scontrarsi con i loro rivali.

“Sei sicuro che dobbiamo proprio farlo?” chiese Davey.

“Ovvio. Vuoi andare o no alla celebrazione nel giorno del Ringraziamento?” rispose Connor.

Davey non replicò, capendo che si trattava di una cosa inevitabile.

Raggiunsero il prato incolto del parco e si sistemarono lungo una linea perpendicolare rispetto alla facciata della cattedrale. L’ombra della cattedrale copriva completamente la statua bronzea del Colonnello Wickham, ritratto nella sua uniforme dell’armata sudista. Uno dei ragazzi del Sacro Cuore si appoggiava al monumento, tagliuzzando un pezzo di legno con un temperino. Alzò la testa e il suo sguardo si incrociò con quello di Connor.

“Hai qualcosa da dire?”  gli chiese.

“Sì”  rispose Connor  “Dì ai tuoi amici di girare al largo, Jimmy Tyrone.”

Davey si guardò intorno. Decine di ragazzi agghindati con la loro cravatta si stavano avvicinando da dietro la statua. In breve formarono un nutrito gruppo, mentre il loro capo continuava a discutere con Connor.

“Abbiamo tutto il diritto di servire alla cerimonia”  disse Jimmy Tyrone.

“Chi lo dice?”  lo provocò Connor.

“Lo dice il vescovo, lo dicono gli angeli e i santi.”

A quel punto, Davey sentì qualcosa saettargli sul lato della testa. Un sasso colpì Jimmy Tyrone sulla fronte. Il ragazzo si scontrò immediatamente con Connor. Quindi, come se qualcuno avesse lanciato un segnale, i ragazzi cominciarono ad accapigliarsi a due a due.

Davey menò due pugni prima che un ragazzo rotondetto dai capelli color sabbia gli mettesse la testa tra una grondaia e un rigagnolo. Da questa posizione, riuscì a vedere Connor picchiare Jimmy Tyrone e il resto del suo manipolo.

“Dannazione!”  tuonò una voce maschile. Il ragazzo dai capelli color sabbia mollò la presa sulla testa di Davey, che poté così rialzarsi.

“Connor McCracken, lascialo stare!”

Davey si guardò intorno e vide Padre O’Reilly intervenire separando Connor dal suo avversario. Il sacerdote si mise in mezzo al gruppo di ragazzi sanguinanti. Era livido.

“Ditemi subito qual è il motivo della vostra rissa.”  chiese, trascinando Connor.

“Ci hanno fatto un’imboscata!”  balbettò Connor  “Hanno cominciato loro.”

“Non importa chi ha cominciato, smettetela subito!”

Davey andò a sedersi in uno dei confessionali della nuova cattedrale. I ragazzi del San Pietro si erano riuniti, mentre quelli del Sacro Cuore si stavano allontanando, a coppie. Padre O’Reilly stava confessando.

Le dimensioni della cattedrale erano enormi. Sopra le loro teste si stagliava un soffitto di nudo gesso scolpito, sorretto da enormi colonne. Sulla parete opposta troneggiava un immenso crocifisso che da sopra l’altare osservava l’assemblea con il Suo sguardo agonizzante e le braccia spalancate. La luce che veniva dalle finestre si faceva via via meno vivida, con l’avanzare della sera.

Davey restò seduto per qualche minuto. I suoi compagni, lividi e fangosi, borbottavano e maledicevano i ragazzi seduti dietro di loro. Dopo aver fissato il soffitto, venne preso dalle vertigini e chiuse gli occhi. Gli sembrò che il tempo passasse più velocemente: ormai era quasi il suo turno.

Si accostò al confessionale e udì una voce familiare.

“In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti.”

Davey si prese un attimo di pausa per fare un esame di coscienza. Si sorprese realizzando che non gli stava venendo in mente nessun peccato.

“Quando sei pronto, comincia”  disse padre O’Reilly.

Sebbene si fosse confessato solo la settimana precedente, gli sembrava che fosse passata un’eternità. Dopo aver trascorso qualche minuto cercando un modo per formulare quel che aveva da dire, disse semplicemente quello che gli passava per la testa.

“Ho viaggiato con il tram senza pagare il biglietto, due giorni fa. Ho guardato in modo forse troppo indiscreto Lily McLeod, mentre stava stendendo i panni, ed ho avuto dei pensieri impuri su di lei. E poi, ho fatto a pugni con uno dei ragazzi del Sacro Cuore, e gli ho dato due schiaffi.”

“Perché l’hai fatto?”  chiese il sacerdote.

“Pioveva, e non volevo tornarmene a casa a piedi. E non avevo intenzione di avere pensieri sconci su Lily, mi sono semplicemente venuti in mente.”

“E l’ultima cosa?”  insistette il sacerdote.

“Voglio servire alla Messa del Giorno del Ringraziamento.”

“E secondo te picchiare i ragazzi del Sacro Cuore sarebbe servito a qualcosa?”

Davey ammutolì. Il prete prese la parola.

“Talvolta capita di fare la cosa sbagliata per ottenere una cosa giusta. Potrei lasciarmi andare, darmi fuoco convinto di diventare un martire, ma se non ho neanche un briciolo di carità tutto diventa inutile.”

“Quindi stavo cercando di diventare un martire, padre?”  chiese Davey.

“Lo sembri.”

Il parroco gli concesse l’assoluzione, dicendogli di recitare alcuni Pater Noster. Finito di pregare, Davey uscì dal portale della cattedrale e tornò, da solo, verso Gamble’s Hill.

La settimana successiva Davey era nella lista di coloro che avrebbero servito la Messa prima della scuola. Erano le sette di mattina, e tra le bancate c’erano solo due persone, come sempre, perché molti parrocchiani a quell’ora erano già al lavoro.

Dopo essersi infilato la tonaca, Davey entrò nella chiesa per accendere le candele e riordinare l’altare. La chiesa era ancora semibuia. Rientrando in sacrestia, impallidì intravedendo una figura che si stava preparando per la Messa.

“Buongiorno”  disse il vescovo Van, con il suo inconfondibile accento belga.

Davey era atterrito, balbettò un “salve” e si appoggiò alla porta, aspettando con pazienza che il vescovo indossasse i suoi paramenti verdi. Pregò che non gli chiedesse niente riguardo quanto accaduto il venerdì precedente, ma passandogli davanti il vescovo si voltò verso di lui.

“Ho sentito dire che hai coordinato la tua compagine per la rissa a Monroe Park.”

Davey ammutolì. Il vescovo lo fissò, inespressivo.

“Sono sicuro che tu abbia avuto le tue ragioni”  commentò il vescovo, suonando il campanello d’ingresso. Davey udì il rumore dei fedeli che si alzavano in piedi.

“Entriamo.”

Il giorno del Ringraziamento del 1906, il vescovo Van de Vyver consacrò la cattedrale, accompagnato dall’arcivescovo Gibbons di Baltimora, dalla delegazione papale di Roma, da una dozzina di vescovi e da tutto il clero diocesano. Entrarono in processione nella cattedrale e cominciarono ad officiare la cerimonia, che durò cinque ore tra tutti i rituali di consacrazione. La Messa Solenne cominciò alle undici, al suono squillante dell’organo.

Mentre la processione di entrata si avvicinava all’Altare Maggiore, Davey fece molto attenzione alla sua tonaca. Non voleva inciampare sotto gli occhi di tutti.

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