IL DIAVOLO SI COMPIACE

IL DIAVOLO SI COMPIACE

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A 28 anni potevo dire di aver ottenuto diversi successi. Avevo una laurea, e avevo sposato il mio migliore amico dei tempi del college. Vivevo con lui in un appartamento in affitto tra le case di mattoni che si trovano a Brooklyn. Lui era un mago del computer, lavorava in un’azienda di Wall Street e aveva un buono stipendio. Io ero la portavoce di una grande banca statunitense. Avevamo un cane.

Lui è ebreo, cresciuto a Long Island in una famiglia non praticante. Pure la mia famiglia è originaria di lì, ma i miei sono cattolici non praticanti. Nonostante l’educazione cattolica, mia madre sostiene che i preti non abbiano il potere di perdonare i peccati. Secondo lei, i peccati di una persona sono cose personali. Mio padre è un pensionato che gioca a golf cinque giorni alla settimana.

Dunque, la religione non era una delle cose più importanti della mia vita. Marcus era ateo. Io invece non vevo una posizione ben precisa. Ci sposammo tre anni fa, con un rito officiato dal giudice di pace in un ufficio nella zona nord di New York. Fu una bella festa. Ma tre anni dopo, pur avendo ottenuto diversi successi, alcune cose della mia vita non andavano bene.

La religione non era una delle cose più importanti della mia vita. Marcus è ateo. Io invece non ho una posizione ben precisa. Ci sposammo tre anni fa, con un rito officiato dal giudice di pace in un ufficio nella zona nord di New York. Fu una bella festa.

Ad essere sincera, mio marito mi metteva in imbarazzo. Continuava a fumare marijuana, un vizio che io non avevo più dai tempi del college. Mangiava cibo spazzatura, e questo era il motivo per cui era obeso. Fumava sigarette in continuazione, e negli ultimi tempi avevo trovato delle bruciature sul legno dell’armadio. Su alcuni punti c’era qualche centimetro di cenere, che io normalmente pulivo senza dire niente. Pulire l’appartamento era il mio compito, mentre lui si occupava di portare fuori il cane. Inoltre, Marcus si era fatto crescere la barba, e aveva cominciato a portare un cappello nero. A me sembrava Che Guevara. Questi erano i motivi per cui avrei voluto che crescesse.

Avevo provato a mostrargli con discrezione come avrebbe dovuto essere un uomo maturo della sua età. Qualche tempo prima un mio collega, rampante banchiere, ci aveva invitato a cena per presentarci sua moglie, che lavora come PR. Eravamo in un posticino carino al Village. Marcus arrivò un’ora dopo, con il suo cappello alla Che Guevara, e trascorse la serata provando a stuzzicare il banchiere, che lo osservava sconcertato.

Il giorno successivo, il banchiere mi chiese dove avessi incontrato mio marito.

“È un bravo ragazzo, non fraintendermi. È solo che lui a volte è così… a modo suo”  disse, apprensivo  “Ci chiedevamo soltanto dove l’avessi incontrato.”

“Al college”  risposi, apatica. Ma dentro di me ero furente.

La sera stessa ero furibonda. Volevo che Marcus si facesse curare.

“Non so cos’hai”  gridai  “Ma hai bisogno di ridimensionarti. Subito!”

Marcus mi osservava accigliato mentre continuava a fumare. Dopo aver passato un’ora cercando di difendersi dalle mie accuse, si gettò su una sedia e cominciò a guardare fuori dalla finestra con aria torva.

“Non è colpa tua”  mugugnò, evitando il mio sguardo  “Sono io. Dovresti scappare via da me. Salvarti finché sei in tempo.”

Non avevo idea di cosa intendesse dire. Lo scoprii due settimane dopo. Il suo terapista aveva insistito affinché andassi anche io al suo ufficio durante una sua visita a Marcus. Aspettavo seduta sulla poltrona, con i miei vestiti del lavoro. Ero in ansia mentre lui strappava un foglietto dal suo blocco.

“Marcus vuole che tu sappia che lui è dipendente dalle seguenti sostanze”  disse con calma, prima di cominciare a leggere una lista. La prima parola era “cocaina”. Poi udii anche “marijuana” e “tabacco”, più altre droghe che non avevo mai sentito nominare. La verità è che non ascoltavo più.

“Marcus vuole che tu sappia che lui è dipendente dalle seguenti sostanze”  disse con calma, prima di cominciare a leggere una lista. La prima parola era “cocaina”.

Nel mentre, Marcus mi guardava con aria colpevole. Pallido e nervoso, continuava ad aggrovigliarsi i capelli con le dita. Io guardavo alle mie scarpe da ginnastica blu navy, e allo smalto chiaro sulle mie unghie corte.

“È questo il motivo per cui l’altro giorno, al parco, quel ragazzo sbandato mi si è avvicinato mentre portavo fuori il cane?”  chiesi a Marcus, dopo un po’, mentre camminavamo curvi nel freddo della stazione della metropolitana.  “Mi ha chiesto se ti conoscevo. È uno dei tuoi amici?”

Marcus piegò il capo.

“Sì, ma adesso è tutto passato”   rispose, torvo  “Sto congelando.”

Come se non fosse abbastanza, pochi giorni dopo morì Steve, lo zio di Marcus. Non l’avevo mai incontrato, ma sapevo che da molti anni era ricoverato in un ospedale militare. Reduce dalla guerra del Vietnam, Steve soffriva di disturbo post traumatico da stress ed era eroinomane. Nel 1980 era stato riconosciuto potenzialmente pericoloso per sé stesso e per gli altri, dal momento che si ustionava volontariamente con le sigarette accese. E ora, era morto a sessant’anni.

Al funerale di Steve parteciparono solo i suoi genitori e i suoi due fratelli. Il rito fu officiato da un rabbino chiamato da loro, un giovane dall’aria apprensiva che disse alcune parole prima dell’inumazione.

“Tutto, purché non sia fatto il nome di Dio” disse cinicamente il padre di Marcus. Dopo la Shoah, la famiglia di Marcus non credeva più in un Dio che aveva permesso tutto quell’orrore.

Non appena la bara fu seppellita nel cimitero innevato, udii lo sconforto dei familiari. Non facevano nulla per nascondere il loro dolore. Piangevano sommessamente. Fissando la buca in cui la salma era stata calata, realizzai di non essermi mai sentita così affranta.

Non appena la bara fu seppellita nel cimitero innevato, udii lo sconforto dei familiari. Non facevano nulla per nascondere il loro dolore. Piangevano sommessamente. Fissando la buca in cui la salma era stata calata, realizzai di non essermi mai sentita così affranta.

Il rabbino chiuse il libro e ci fissò. La famiglia continuava a piangere. Essendo l’unica che non stava piangendo in quel momento, mi avvicinai al rabbino e gli strinsi la mano.

“Grazie, padre”  dissi senza pensare, un attimo prima di realizzare di aver fatto una gaffe  “Oh, mi scusi…”

Ridacchiò. Non sembrava per nulla offeso.

“Sono un padre”  sorrise  “Ho due figli piccoli, se questo può contare.”

“Certamente”  dissi, scuotendo la testa per la costernazione.

“Immagino tu sia cattolica, giusto?”  disse il rabbino, incamminandosi insieme a me fuori dal cimitero.

“Ehm, sì. Perlomeno, lo è la mia famiglia.”

“E tu?”

“Io… ehm, non so cosa sono” gli risposi con sincerità. Indicai la tomba.  “So solo che quella non è la fine di tutto.”

Il rabbino mi guardo, sorpreso.

“Oh, se tutti avessero la tua sicurezza su questo!”  disse con tranquillità.  “Quindi tu credi in Dio?”

Riflettei per un attimo.

“Noi amiamo”  risposi quasi subito, sorprendendomi per la mia sicurezza  “Gli esseri umani amano. Siamo nati con questa capacità innata.”

Annuì.

“Tu ami i tuoi figli, giusto?”  chiesi.

Annuì di nuovo, facendo attenzione.

“Il tuo amore da qualche parte viene.”

“O forse da Qualcuno.”  dedusse con aria tranquilla.

Marcus e la sua famiglia erano troppo addolorati per seguire la nostra conversazione. Usciti dal cimitero, prendemmo strade diverse. Io e Marcus tornammo in città, e lui mi scese davanti al nostro appartamento.

“Ho alcune cose da fare”  tagliò corto, mentre scendevo dalla macchina. Ignorando la mia espressione desolata, si allontanò. Non tornò fino alla sera tardi, e poi dormì sul divano. Al mio risveglio, se n’era già andato senza dire una parola.

Angosciata, mi fermai davanti alla chiesa di fianco al mio ufficio durante la pausa pranzo. Dalla porta usciva profumo d’incenso. Sull’altare, in fondo alla navata della chiesa gotica costruita nel XIX secolo, notai un sacerdote con i suoi paramenti. Era aiutato da due uomini, uno dei quali reggeva un turibolo da cui usciva il fumo. Sulle pancate, erano sedute circa trenta persone. Si innalzò una voce: era un inno gregoriano molto antico.

In fondo alla navata della chiesa gotica costruita nel XIX secolo, notai un sacerdote con i suoi paramenti. Era aiutato da due uomini, uno dei quali reggeva un turibolo da cui usciva il fumo. Sulle pancate, erano sedute circa trenta persone. Si innalzò una voce: era un inno gregoriano molto antico.

Guardandomi intorno, mi accorsi di una luce accesa sopra un confessionale. Dentro c’era un prete, nascosto dalla grata.

Dopo essermi inginocchiata dietro di essa, un fiume inimmaginabile di lacrime uscì dai miei occhi. Prima che potessi fermarlo, scoppiai in singhiozzi.

“M-mi s-scusi p-padre”  mi scusai, tra i singhiozzi. Non riuscivo più a parlare. Potevo solo piangere.

“Non preoccuparti, cara” disse una voce calma, dall’accento ispanico. Mi allungò dei fazzoletti di carta da sotto la grata, e io ringraziai.  “Figliola, quando senti di essere pronta raccontami. Ti aspetto.”

Ci misi diversi minuti prima di poter aggiungere qualcosa. Quando lo feci, mi sentii meglio. Parlai al sacerdote del funerale e del rabbino, della disperazione, di Marcus e delle sue dipendenze. Dei miei successi, della mia furia e della mia desolazione.

“Sei intrappolata nei peccati”  sentenziò il sacerdote  “Sai cosa intendo dire?”

“N-no.”

“Non preoccuparti, cara”  disse una voce calma, dall’accento ispanico. Mi allungò dei fazzoletti di carta da sotto la grata, e io ringraziai.  “Figliola, quando senti di essere pronta raccontami. Ti aspetto.”

“Il peccato dà assuefazione. Questo a causa del diavolo. Credi nella sua esistenza? Beh, io ci credo. Il diavolo vuole che noi diventiamo dei miserabili disperati. Agisce più facilmente. Se siamo dei miserabili, ci apriamo a qualsiasi tipo di peccato. Ed entriamo quindi in un circolo vizioso. Capisci cosa dico?”

“S-sì”  biascicai, sorpresa.

“Come in questo caso. Tuo marito viene da una famiglia arrabbiata con Dio. Negano la Sua esistenza. Anche tuo marito nega la Sua esistenza. Giusto? Mi segui?”

“Sì”  affermai.

“Questo è molto pericoloso, perché rende tutti loro dei miserabili. Guardano la tomba e chiedono “perché?”. E non ricevono risposte. Vedono solo la tomba, nient’altro. Quella per loro è la fine. Vedere una tomba diventa angosciante, no?”

“Sì” risposi terrorizzata, pensando alla tomba. Rabbrividii.

“Loro sono ancora più miserabili. Neanche il loro rabbino può aiutarli. Anche se sono convinto che per loro ci sia qualche speranza, semplicemente perché hanno incontrato questo rabbino. Ma questo non basterà per tuo marito. La sua sofferenza e la sua disperazione lo hanno fatto scivolare nel tunnel della droga, giusto?”

“S-sì”  annuii nell’oscurità.

“È in situazioni simili che il diavolo si compiace. E lo fa perché tuo marito e la sua famiglia stanno scegliendo di vivere nella disperazione. Come suo zio, anche tuo marito sta scegliendo la morte. E questo è molto, molto triste”  scandì, con un tono di voce grave.

Annuii. Era tutto terribilmente vero.

Il peccato dà assuefazione. Questo a causa del diavolo. Credi nella sua esistenza? Beh, io ci credo. Il diavolo vuole che noi diventiamo dei miserabili disperati. Agisce più facilmente.

“Pensi che tuo marito riuscirebbe a smettere se tu non ci fossi?”  mi chiese con discrezione.

Ci riflettei.

“No” sospirai  “Io non faccio nessuna differenza. In fondo io gli sono utile perché gli porto i soldi e tengo la casa pulita, anche se sembra che a lui non importi.”

Gli raccontai dei segni delle sigarette e della cenere trovata sull’armadio.

“Ehm, questo potrebbe causare un incendio, sai”  annunciò il sacerdote  “La tua stessa vita potrebbe essere in pericolo.”

“Vero”  dissi, disperata. Per qualche motivo, mi sentii sbigottita. Mi metteva a disagio l’idea che qualcun altro venisse a sapere di come si comportava Marcus.

Anche se io penso che ad essere in pericolo non sia solo la tua vita”  continuò il sacerdote, con un tono di voce piatto  “Anche tu sembri abbastanza miserabile. La tua anima è in pericolo. E questo compiace il diavolo.”

Scrollai le spalle, non capendo cosa volesse dire.

“Ma sai cosa penso? Penso che ieri il diavolo non sia stato tanto contento al funerale.”  aggiunse   “E questo è grazie a te. Eri sul bordo della fossa, e poi ti sei voltata e sei andata via. Questo è stato molto importante.”

Aspettai di sentire cosa avesse da dire dopo.

“E poi cosa è successo?”  mi chiese, diretto.

“D-dopo essermi allontanata dalla tomba? H-ho parlato con il rabbino”  riferii, confusa.

“Sì. Hai parlato con un uomo di Dio, il rabbino. E cosa gli hai detto?”

“Che non riuscivo a credere che tutto finisse nella tomba.”  sussurrai, convinta  “E nemmeno adesso ci credo.”

“E questa idea che hai e di cui sei convinta, è qualcosa che hai ricevuto. È una grazia di Dio.”  affermò il sacerdote.

“Sì?” chiesi, senza sapere cosa dire.

“Precisamente. E sono cose che noi non possiamo guadagnarci. È la Fede. Noi ce l’abbiamo come dono di Dio. Mi capisci, figliola?”

Non ne ero sicura.

“E questa idea che hai e di cui sei convinta, è qualcosa che hai ricevuto. È una grazia di Dio.”  affermò il sacerdote.

Intendi dire che sono diversa da Marcus e dalla sua famiglia.”

“Sì, intendo quello. Sei diversa.”

Riflettei. Aveva ragione. Anche se volevo bene a Marcus e la sua famiglia, non ero come loro. Non ero atea. Non guardavo alla tomba come alla fine di tutto. La vita era troppo bella, troppo piena di cose buone. E non avevo bisogno di sopprimere il pensiero della morte con la droga o qualsiasi altra porcheria.

“Ti sei allontanata dalla tomba e hai parlato della Vita a un uomo di Dio.”

“S-sì. Hai ragione, Padre. Propendo alla vita. Ho scelto la Vita, e non la Tomba”  sussurrai con fierezza.

“E cosa disse Gesù?”  replicò il confessore  “Disse “Io sono la Via, la Verità e la Vita.””

“S-sì”  dissi, con poca convinzione. Conoscevo questo versetto della Bibbia.

“E sempre secondo la Bibbia, cosa disse subito dopo? Disse agli Apostoli “Nessuno arriva al Padre se non attraverso di Me.””

“S-sì”  dissi, ancora poco convinta.

“Penso tu debba arrivare a un punto della tua vita in cui ti troverai a scegliere tra la Vita e la morte. Cosa sceglierai?”

Capii immediatamente. Ero sicura di questa risposta.

“Padre, io scelgo la Vita”  dissi con determinazione, riprendendo a piangere.

“Buon per te!”  disse il confessore, con aria paterna  “Hai scelto la strada giusta.”

Gli sorrisi tra le lacrime.

“Ma ora, figliola, lascia che te lo dica. Non hai finito. Il diavolo non si arrenderà così. La scelta che hai fatto, di preferire la Vita alla morte, va portata avanti, fino alla fine della tua vita.”

La confessione proseguì oltre, finché lui non mi concesse l’Assoluzione.

È difficile dire come mi sentivo all’uscita del confessionale, attraversando la chiesa. Ero purificata, in pace.

Avevo scelto. Il diavolo non si sarebbe più compiaciuto della mia vita.

Lo stavo combattendo.

In qualche modo, lo sapevo. Sapevo anche che quel confessionale sarebbe stato l’unico posto sulla faccia della Terra in cui sarei potuta andare per trovare la verità.

E sapevo che la Verità mi aveva liberato.

“Ma ora, figliola, lascia che te lo dica. Non hai finito. Il diavolo non si arrenderà così. La scelta che hai fatto, di preferire la Vita alla morte, va portata avanti, fino alla fine della tua vita.”

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