LA STORIA DI JENNIFER – PRIMA PARTE

LA STORIA DI JENNIFER – PRIMA PARTE

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Molte donne, in seguito all’aborto, hanno avuto problemi psichici. Tra di esse, la maggior parte non capisce di essere stata vittima di un sistema che le convince di come la promiscuità sessuale sia una conquista, oppure di un uomo che le ha pressate psicologicamente convincendole ad abortire, e, non ultimo, di una società che discrimina fortemente le madri nubili.

A rendere ancora più dolorosa la loro situazione, queste donne sono messe nella condizione di sentirsi pienamente responsabili della loro scelta, come se i fattori sopra elencati non avessero nessuna rilevanza. Questo è il rovescio della medaglia, spesso volutamente ignorato, della “liberazione” femminile. Il fatto che non si parli mai delle conseguenze dell’aborto costringe milioni di donne a vivere la propria sofferenza in silenzio e in solitudine.

Una di queste donne ha trovato il coraggio di parlare. Si tratta di un’insegnante cattolica che vive a Brooklyn. Sebbene ami molto i bambini, è stata costretta ad abortire l’unico figlio che potesse avere. REGINA Magazine ha raccolto la testimonianza di Jennifer (nome di fantasia) in questo articolo diviso in due parti che narra la sua storia e il suo percorso di vita.

REGINA: Hai abortito a trentanove anni, nel mezzo di una relazione “instabile”.

JENNIFER: Brian era divorziato ed aveva una figlia dal suo precedente matrimonio. Il suo divorzio non era stato pacifico, e lui era ancora pieno di sentimenti di rivalsa nei confronti della sua ex moglie. Inoltre era disoccupato e viveva a casa di sua madre.

REGINA: Che triste situazione.

JENNIFER: Non riesco a dire con precisione cosa avessi in mente. Ci conoscevamo dai tempi del college. Inizialmente lo conoscevo solo di nome, in quanto avevamo degli amici in comune, e per diversi anni non l’ho visto. Finché lui non è riuscito a trovare il mio numero telefonico e mi ha contattato. Ad essere sincera, la nostra relazione è stata turbolenta sin dall’inizio, ma questo non mi ha scoraggiato. Lui litigava molto spesso con la sua ex moglie, e allo stesso tempo era in conflitto con la sua ex fidanzata in quanto non riusciva ad accettare la fine della loro relazione.

REGINA: E poi cosa è successo?

JENNIFER: Mi sono fatta coinvolgere dalla sua vita turbolenta. Ovviamente non ne sono rimasta estranea: semplicemente ero convinta di poterlo aiutare a risolvere i suoi problemi! Pensavo che sarei riuscita ad amarlo nonostante tutto. Ma mi sbagliavo: è vero che l’amore è la risposta di tante domande, ma non mi rendevo conto del pasticcio in cui stavo per cacciarmi. Ignoravo del tutto la dimensione razionale. In poche parole, mi sono impegnata più in questa relazione che non in tutte le altre relazioni della mia vita.

REGINA: La situazione era peggiore di quanto sembrasse, dunque.

JENNIFER: A dire la verità, nel corso della mia vita ho avuto diverse relazioni che poi non sono andate a buon fine. Una dopo l’altra. Mi mettevo con dei tossicodipendenti, o con degli alcolizzati, ed ero strenuamente convinta di poterli salvare, dopodiché la relazione sarebbe andata a gonfie vele. Molti di essi erano ragazzi splendidi, al di là della loro dipendenza. Mi ci vollero diversi anni per realizzarlo. Era come se stessi giocando ad essere Dio, in un gioco in cui dovevo salvare delle persone che non avrebbero mai potuto ricambiarmi.

 

REGINA: Tuttavia sembrerebbe che Brian fosse un po’peggiore. Come ti sei lasciata coinvolgere nella sua vita?

JENNIFER: Brian è un musicista molto affascinante e creativo; insomma, ha il “fascino dell’artista”. Quando disegnava era come se la matita si muovesse da sola, e quando cantava la sua voce era veramente speciale. Era molto talentuoso e, a tratti, era pure molto dolce e premuroso. E poi ci accomunava l’amore per la Brooklyn degli anni ’70 e ’80, e la passione per le arti visuali e musicali. Inoltre avevamo pure una certa attrazione fisica l’uno per l’altra.

Ero convinta di amare Brian per com’era. Mi riusciva più facile di accettare le situazioni negative. Io lo amavo per com’era, ma questo non significa che la nostra relazione fosse intima. Ora ho capito che il fatto di accettare una persona non significa per forza sentirsi costretti a starci insieme. Talvolta anche andarsene può essere un gesto d’amore.

All’inizio della nostra relazione, Brian venne ricoverato per la sua depressione. Anziché fuggire gli stetti accanto: ero convinta che la mia vicinanza e il mio amore avrebbero cacciato via tutta la sua negatività. In realtà, stavo ignorando un allarme rosso. Giustificavo il fatto di non essere scappata via con il fatto che neppure io ero perfetta, e di conseguenza dovevo accettare le imperfezioni degli altri. A lungo andare, questa relazione è diventata tossica: lui aveva costantemente altre donne al suo fianco con cui flirtare o chattare.

REGINA: Sembra orribile.

JENNIFER: Ci siamo visti per un po’, e in quel periodo mi capitava di andare a letto con lui. Ingenuamente, ero convinta di avere un approccio sano alla sfera sessuale: non avevo paura di fare esperienze e di usare il sesso come un mezzo per provare piacere. E in tutto questo, non mi accorgevo che in realtà mi stavo distruggendo. Negarlo è da pazzi. Non avevo idea di cosa stessi facendo a me stessa. Semplicemente ero convinta del contrario: credevo che stessi vivendo la mia libertà.

 

REGINA: Molte donne cadono in questa trappola.

JENNIFER: Con il senno di poi, mentre stavo cominciando a superare il dramma dell’aborto, mi sono accorta di quanto fossi vittima. Non solo di Brian, ma anche del sistema. Io sono nata nella generazione post sessantottina; quindi nei tardi anni ‘70 stavo vivendo la prima adolescenza e vivevo in una cultura che mi diceva che se cercavo un uomo, o un marito, ero debole. Il femminismo pregnava la società di allora al punto che noi ne eravamo assuefatte e ne parlavamo pur non avendo idea di cosa significasse realmente.

Sin da piccola sono stata abituata al concetto di “controllo delle nascite”. Ricordo che quando avevo sedici anni ricevetti la mia prima scatola di pillole anticoncezionali da parte di un centro gestito da Planned Parenthood. Me la presentarono come un modo per far valere la mia libertà e la mia indipendenza; uno strumento di emancipazione, insomma.

Nella realtà, ebbe un influsso negativo nella mia vita. Gli unici a beneficiarne erano gli uomini, i quali grazie alla pillola avevano maggiori possibilità di fare sesso occasionale e senza apparenti rischi. Questo per me era molto doloroso.

REGINA: Quali sono state le motivazioni che ti sei data per abortire?

JENNIFER: Innanzitutto, c’è da dire che io ho abortito per due volte: la prima volta l’ho fatto quando avevo sedici anni. Vivendo la mia prima storia, rimasi incinta: io e il mio fidanzatino ci amavamo, ma eravamo giovani e ingenui. Decidemmo così di abortire. Restai sconvolta, ma ero giovane e questo mi giustificava, anche se questo non mi impediva di provare rimorso.

Mi ripromisi che non avrei mai più abortito, vedendo quanto avevo sofferto. E Brian ne era ben consapevole. Sapeva che ero contraria all’aborto. Tuttavia insistette affinché continuassimo ad avere rapporti sessuali non protetti.

Mi ero data alcune regole prima di mettere piede nella clinica. Innanzitutto non volevo entrarci da sola, ma al contempo non volevo farlo con Brian perché sapevo che la nostra relazione non era duratura. Inoltre non volevo farmi accompagnare nemmeno dai miei familiari, in quanto pensavo non potessero aiutarmi. Il che non era vero. Mi ripetevo che ero costretta a farlo, e che non avevo altra scelta.

Questo è paradossale: il mondo dipinge l’aborto come se fosse una “libera scelta”, ma io ho abortito solo perché sentivo di non avere altra scelta.

REGINA: Dunque, a trentanove anni sentivi di non avere altra scelta e di non essere in grado di tirar su un figlio da sola?

JENNIFER: Brian non era assolutamente propenso ad avere questo figlio, e io ero sconvolta all’idea di abortire di nuovo. Piangevo, e lui mi diceva che Dio era favorevole al mio aborto perché si trattava di un bambino indesiderato e che lui era ancora studente. Controbattei dicendo che Dio non approvava affatto, e che questa scelta era estremamente egoista. Ma non potei fare altro, e fui costretta a chiedere a un mio amico di fissare l’appuntamento in clinica.

Era lunedì, e l’appuntamento venne fissato al sabato successivo. Trascorsi una settimana infernale. Andavo a scuola, e vedevo centinaia di bambini al giorno. Pensavo che anche il più pestifero di loro avesse comunque il diritto di vivere. Mangiavo a malapena.

REGINA: Sembrerebbe che tu fossi molto stressata in quel periodo.

JENNIFER: Telefonai svariate volte alla clinica. Non volevo abortire. Un mio amico che era al corrente della mia situazione mi disse: “Non puoi andare avanti così”. Aveva ragione. Probabilmente sarei riuscita ad allevare un figlio da sola, ma non penso che sarei mai riuscita a vivere per sempre con Brian. La nostra relazione era tossica. Aveva problemi mentali, era depresso e mi faceva del terrorismo psicologico. E io non potevo farcela. Lo temevo.

REGINA: Avresti voluto figli?

JENNIFER: Sì, da sempre. Sono un’insegnante, e ho sempre amato i bambini. Ma non avrei mai potuto immaginare quello che poi è successo nella mia vita: che non ne avrei mai avuti a causa delle mie relazioni tossiche.

REGINA: Quindi, pensi che quella fosse la tua ultima possibilità di essere madre?

JENNIFER: Paradossalmente, i miei genitori erano l’uno il primo amore dell’altra, e il loro matrimonio è durato fino alla morte di mio padre, nel 2014. Ho pensato che questa fosse la mia ultima possibilità di avere un figlio. È dolorosissimo ancora ora. Non lo avevo mai realizzato se non dopo aver abortito: prima lo stress me l’aveva fatto dimenticare. E quando l’ho realizzato, era troppo tardi. Ancora adesso ci penso ogni giorno. Grazie al Cielo, sono consapevole dell’Amore di Dio per me, e questo mi aiuta ad andare avanti.

REGINA: Hai mai considerato l’idea di cambiare vita per allevare quel figlio?

JENNIFER: Ho pensato di parlare con i miei familiari, chiedendo loro aiuto per allevare il mio figlio. Ma poi sono tornata con i piedi per terra: loro hanno le proprie vite e le proprie responsabilità, e io non posso pensare di far conto su di loro.

Ho quindi pensato di allevarlo facendo conto solo sulle mie forze, ma questa prospettiva mi spaventava. Stavo faticando a pagare la mia casa, come potevo riuscire a far fronte alle spese che il mio figlio avrebbe comportato? Mi chiedevo “Forse Dio mi darà i mezzi per mantenerlo, e io allora lo terrò”. Ma evitai di pensarci troppo.

Se il padre fosse stato una persona amorevole e premurosa e la relazione non fosse stata così tormentata, lo avrei tenuto. Ma lui non voleva avere un figlio. Una sera, nel corso della settimana prima dell’aborto, gli telefonai in lacrime. “Dove sei?” gli chiesi “Sto morendo!”.

Si arrabbiò tantissimo, e mi sbraitò che “avrebbero dovuto abortirmi” perché lo stavo “scocciando”. Dunque, se la relazione fosse stata migliore, l’avrei senz’altro tenuto. Non volevo abortire. Ma sono stata costretta.

Leggendo la testimonianza di Teresa Bonaparte, mi era rimasto impresso il passaggio in cui diceva di “essere stata abbandonata proprio dalle stesse persone che l’avevano spinta ad abortire”.

Era la mia situazione. Colui che mi stava spingendo ad abortire mi stava lasciando sola. E questo mi spaventava.

 

REGINA: Hai chiesto consigli?

JENNIFER: Ho evitato la compagnia dei miei amici, delle persone o delle organizzazioni che avrebbero potuto chiedermi di rivalutare la mia scelta, anche se era questo quello di cui avevo bisogno. Mi limitavo a parlare con coloro che avrebbero potuto sostenere la mia scelta.

Ad un certo punto, mi trovai ad un evento insieme alla mia sorella maggiore, che è madre e casalinga. Mentre eravamo in auto, mi disse: “I miei figli ormai sono grandi, e io sono triste perché la casa è vuota!”. Sapevo che avrei dovuto dirle che ero incinta, e che lei mi avrebbe potuto aiutare. E che questo forse avrebbe risolto il mio problema. Ma non dissi niente.

REGINA: Spesso non lo ammettono, ma molte donne dopo aver abortito si sentono in colpa. Tra di esse, quelle che realizzano di essere state vittima delle scelte altrui non riescono a capire come abbiano fatto a scegliere l’uomo che poi le ha spinte a compiere quel gesto, e sostengono di non aver avuto altra scelta. Per cui entrano in un circolo vizioso in cui si colpevolizzano da sole. Poi, coloro che sono a favore dell’aborto cercano di tranquillizzare queste donne ripetendo loro che “hanno solo esercitato un diritto”. Ma questo non impedisce loro di provare rimorso.

JENNIFER: Di recente ho provato a parlarne con un mio amico favorevole all’aborto. Ovviamente non riusciva a credere che io non parteggiassi per la possibilità di controllare le nascite.

Gli ho detto “Mi dispiace contraddirti, ma so per diretta esperienza che l’aborto è molto doloroso per le donne.”.

Mi ha risposto “Ma è un tuo diritto scegliere di soffrire!”.

REGINA: Incredibile.

JENNIFER: Questo dovrebbe essere lo slogan del movimento a favore dell’aborto: “Possiamo soffrire se lo vogliamo!”. È tristemente ironico sapere che questo movimento ha convinto delle donne a voler soffrire.

REGINA: Tu ti prendi cura di te stessa, hai un bel fisico e hai spirito. Perché, secondo te, sei stata per tutto quel tempo con un ragazzo che ti ha messo in quella situazione?

JENNIFER: Avevo un bisogno disperato di amore. Mi sentivo rifiutata. E non avevo capito niente in termini di valori. Mi sembra banale anche a scriverlo: non avevo stima di me, e di conseguenza la mia percezione riguardo a cosa fosse accettabile in una relazione era fortemente deformata. Inoltre ero fortemente convinta che le cose sarebbero cambiate, o perlomeno che io fossi in grado di gestirle.

REGINA: Che effetto ha avuto l’aborto su di te?

JENNIFER: Ventiquattr’ore prima della procedura ero pronta. Avevo cercato di essere al meglio prima di subire l’operazione: ero andata a far compere in un negozio di dolci, avevo lavorato un po’a maglia, mi ero concessa un tè; insomma avevo cercato di rilassarmi.

REGINA: Non ti è stato d’aiuto?

JENNIFER: Il giorno dopo essere tornata a casa dalla clinica, la verità venne a galla come un pugno nello stomaco. Avevo preso la sciarpa che stavo lavorando a maglia per stare un po’sulla poltrona, e Dio mi mostrò il volto di mio figlio. Ad alcune donne succede; ad altre no. Per i primi due mesi restai completamente scioccata, al punto che non mi accorsi degli altri sintomi della mia depressione.

REGINA: Sembra orribile.

JENNIFER: Il mio quarantesimo compleanno era quattro giorni dopo l’aborto. Brian si offrì di portarmi fuori, e io gli risposi: “Sei pazzo, perché dovrei festeggiare?”.

Per diversi anni continuai a portare dei fiori a mia madre nel giorno del mio compleanno: era il mio modo per dimostrarle la mia gratitudine per avermi donato la vita. Il giorno del mio quarantesimo compleanno realizzai che quella donna aveva avuto un grandissimo coraggio e una grande forza nel mettermi al mondo: cosa che io non avevo avuto. Non fu facile realizzarlo?

REGINA: Cos’hai fatto?

JENNIFER: Sono un’insegnante, per cui in qualche modo ho resistito fino alla fine di giugno, mettendo a tacere la mia disperazione. Tuttavia insegnavo solo di giorno, e le notti e i fine settimana li passavo piangendo sulla poltrona, abbracciata al mio cane. E con Dio. Gli chiesi di starmi vicino, e Lui mi ascoltò.

Dopo due mesi, avevo disperato bisogno di aiuto. Disperato, ho detto. Nella mia mente si affacciava costantemente l’idea di suicidarmi; ero depressa, spaventata, ansiosa e altro ancora.

Come potete vedere, non ho affatto negato la mia responsabilità; tutt’altro.

Stavo facendo i conti con la verità. Sapevo che avrei dovuto rivolgermi a qualche psicologo.

REGINA: E Brian?

JENNIFER: La nostra relazione degenerò. Cercavo di farmi perdonare, questa mi sembrava una buona idea, ma non ci riuscivo. Ero troppo arrabbiata e disperata.

Le cose peggiorarono ancora. In quel periodo ero in cura da uno psicologo, talvolta andavo dalla polizia o dal procuratore. Se litigavo con Brian, chiamavo la polizia. Di rimando, anche lui chiamò la polizia quando, una volta, gli chiesi delucidazioni circa un suo appuntamento con un’altra. Ci mancò poco che non mi mettessero sotto custodia.

Tuttavia non smettemmo di vederci. Girammo diversi psicologi. Uno normalmente non lo farebbe perché si tratta di un argomento delicato: ma io ero irata, e lui aveva ancora i suoi problemi.

Jennifer Part two Here

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