La vista da un villaggio italiano

La vista da un villaggio italiano

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Mi chiamo don Francesco Ramella, ho 31 anni e sono sacerdote da sei. Sono nato a Genova da famiglia cattolica e sono entrato in seminario all’età di 19 anni, dopo aver frequentato il liceo classico; sono stato ordinato a 24 anni da S.E.R. Monsignor Mario Oliveri, Vescovo di Albenga-Imperia. Dopo la Sacra Ordinazione ho proseguito i miei studi a Roma; attualmente sono vicario parrocchiale di San Matteo in Laigueglia, docente di Teologia dogmatica presso il Seminario diocesano e presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Albenga.

Conosco i bisogni dei fedeli italiani non solo perché da tre anni svolgo il mio ministero in una parrocchia, ma soprattutto perché provengo da questo stesso popolo. Si tratta dunque di un’esperienza diretta e vitale. I cattolici italiani hanno oggi molto bisogno di riscoprire e approfondire le motivazioni della propria fede. Non mancano i fedeli devoti che nutrono la propria fede con la liturgia e la devozione.

A fianco ad essi, però, molti altri hanno smarrito il senso profondo dell’essere cristiani; per molti l’essere cattolico esprime piuttosto un’appartenenza anagrafica che un’esigenza vitale.

Fino ad un passato recente l’Italia è stata nazione di profondissima fede cattolica. L’intera società italiana era plasmata dalla fede. Non sembra esagerato descrivere l’antica Italia rurale come un grande monastero a cielo aperto, nel quale i giorni e i tempi erano scanditi dall’appartenenza alla Chiesa. Questa profonda caratterizzazione cattolica era notata bene da un grande intellettuale agnostico del novecento, Benedetto Croce, il quale esclamava: “non possiamo non dirci cristiani”.

Oggi, le cose sono molto mutate. Negli ultimi cinquant’anni l’Italia ha conosciuto una progressiva e aggressiva secolarizzazione, che ha intaccato ogni ambito della società. Siamo in un periodo di crisi: crisi della famiglia, crisi dell’educazione, crisi delle vocazioni. La risposta è nella riscoperta delle nostre tradizioni più profonde.

L'Italia è indubbiamente un paese che ha molto amato la bellezza e ha saputo darle forma concreta nell'arte pittorica, architettonica, musicale, etc. Un tempo le persone, anche le persone semplici erano dotate di un senso estetico molto raffinato; il cattolicesimo contribuiva radicalmente alla formazione del gusto della popolazione.

Non serve entrare in una grande basilica per rendersene conto. Provate ad entrare nelle chiese dei paesi più piccoli della penisola; facilmente troverete templi eccezionali, adorni di opere di gusto raffinatissimo, ricchi di straordinari paramenti.

Oggi anche quest’ambito sembra conoscere una certa crisi, che si riflette nella vita liturgica. Spesso le liturgie sono caratterizzate da notevole bruttezza e molti fedeli sembrano non accorgersene. Accanto ad essi, tuttavia, numerosi cattolici reclamano che la bellezza torni ad essere ancella del culto divino.

Le idee del modernismo, le idee liberali sono penetrate lentamente ma efficacemente nell’animo di molti italiani. Non credo si possa dire che oggi l’Italia sia ancora un paese cattolico. Tutte le leggi sovversive dell’ordine divino sono di fatto sancite dalla legislazione italiana e neppure suscitano scalpore nei fedeli.

Nella mia regione, la Liguria, c’è un numero molto basso di matrimoni e un numero anche minore di nascite. Parlo ovviamente della maggioranza. Accanto ad essa c’è senz’altro un numero non irrilevante di persone che ancora credono sinceramente e praticano devotamente il cattolicesimo e si sforzano di dare testimonianza a Cristo.

La tradizione popolare è ancora molto viva. In Italia, anche nella mia regione, si può facilmente assistere a manifestazioni pubbliche quali processioni, feste dei santi, pellegrinaggi. Bisogna dire che molte di queste manifestazioni sono di fatto eventi folkloristici. Molta parte del clero, però, si sforza sinceramente di utilizzare tali manifestazioni come momenti di catechesi. In questo senso occorre molto impegno. Se le manifestazioni non esprimono una fede autentica diventano conchiglie vuote e non hanno alcuna speranza di sopravvivere. Personalmente noto che le persone, se recuperano il senso delle tradizioni che vivono, diventano interessate e ne traggono molto frutto. Posso portare l’esempio della confraternita di Santa Maria Maddalena che esiste nella mia parrocchia. Quando sono arrivato era quasi estinta. Dopo aver introdotto in essa persone giovani e fedeli, ha conosciuto un’inaspettata rinascita. Siamo passati da pochi membri a oltre 40.

La vocazione alla vita sacerdotale e consacrata ha la sua origine prima in Dio, il quale non cessa di suscitare nella Chiesa persone disposte a dedicarsi al Suo Servizio in maniera speciale. Certamente la risposta dell'uomo dipende dalla sua libertà; dunque la domanda potrebbe essere così intesa: in che modo la libertà degli uomini si conforma oggi alla divina volontà? L'uomo è tanto più libero quanto più è rettamente formato nella conoscenza della sana dottrina. In questa osservazione sta il nocciolo della mia risposta. I giovani chiamati oggi al sacerdozio non mancano di generosità; spesso però mancano di consapevolezza circa la sana dottrina e non sempre, nei seminari, riescono ad avere una formazione integralmente cattolica. Se essi hanno la grazia di conoscere la Tradizione e di amarla, diventano religiosi e sacerdoti santi e santificatori. Se sono ignari della santa Tradizione presentano spesso delle attitudini insufficienti. Occorre pregare perché Dio non solo susciti le vocazioni, ma permetta anche che siano formate nella verità.

I giovani, in generale, sono interessati alla conoscenza e alla frequentazione della messa tradizionale. Ritengo che in Italia la messa Tridentina sia ancora troppo poco diffusa. Se i giovani non hanno la grazia di incontrare un sacerdote che gliene parli, difficilmente possono conoscerla e apprezzarla. Molti tra i giovani che conoscono la messa Tridentina scoprono in sé la vocazione al sacerdozio o alla vita consacrata. Al contrario, poi, molti giovani già incamminati verso il sacerdozio scoprono, conoscono e apprezzano la liturgia tradizionale con grande frutto spirituale.

La messa tradizionale è una ricchezza per tutti; bisogna fare il possibile affinché un numero sempre maggiore di persone la conoscano e traggano i tesori di grazie che essa racchiude.

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