LA STORIA DI JENNIFER – SECONDA PARTE

LA STORIA DI JENNIFER – SECONDA PARTE

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(Clicca QUI per leggere la prima parte)

Jennifer (nome di fantasia) è un’insegnante di quarantadue anni che vive a New York. Cattolica dalla nascita, ha però trascorso diversi anni come credente non praticante. Dopo aver subito un aborto psicologicamente traumatico, ha trovato aiuto nella persona del sacerdote di una parrocchia di Brooklyn ed è così tornata in seno alla Chiesa Cattolica.

REGINA: Cosa ti ha portato a chiedere aiuto proprio alla Chiesa Cattolica?

JENNIFER: La disperazione più totale. Mi sono rivolta alla mia parrocchia a marzo, e più precisamente nel giorno del Mercoledì delle Ceneri. E io avevo abortito a gennaio.

Mi confessai: il sacerdote che trovai era molto gentile, e mi suggerì di pregare per il mio figlio tutte le sere della Quaresima. Di chiedere perdono al bambino che avevo abortito affinché lui con l’intercessione mi potesse riavvicinare a Dio. Specificò che non dovevo pregare sentendomi in colpa, ma provando compassione e amore. Seguii il suo consiglio, e mi fu molto d’aiuto.

Tuttavia, non era abbastanza. La disperazione seguita all’aborto, nonostante la si cerchi di minimizzare, è comunque enorme. In estate realizzai che avevo bisogno di un maggiore aiuto. Stavo sprofondando nel rimorso e non potevo più aspettare, per cui viaggiai fino in Pennsylvania, dove raggiunsi il Rachel’s Vineyard[1] più vicino che potessi trovare (NdT: La Pennsylvania confina a sud-ovest con lo Stato di New York).

REGINA: Ti è stato d’aiuto?

JENNIFER: Il posto era tranquillo. E questo era positivo, perché io fondamentalmente ero andata fin lì per sentirmi più vicina a Dio e chiedergli aiuto e perdono per il peccato commesso. Tuttavia, ero anche un po’spaventata perché temevo che lasciando entrare Dio nella mia vita avrei finito per diventare una bigotta.

In ogni caso, il mio periodo di “ritiro spirituale”, unito all’aiuto che ricevetti dagli inservienti del centro mi fece dimenticare molto presto la paura e il timore che potevo aver avuto mentre guidavo in direzione di quel centro in mezzo al nulla dove avrei incontrato degli sconosciuti a cui avrei dovuto raccontare i fatti miei. Ero molto grata dell’aiuto che stavo ricevendo.

Quello che trovai al Rachel’s Vineyard era un gruppo di persone molto compassionevoli e dedite ad aiutare decine di donne nella mia stessa situazione.

E poi, non meno importante, toccai con mano il loro amore verso il prossimo.

REGINA: Come cominciò la tua esperienza?

JENNIFER: La prima notte mi venne dato un mantello da indossare nei momenti di preghiera. Era molto confortevole, e talvolta lo portavo anche nei momenti comunitari. Mi offrii volontaria di parlare della mia esperienza. Quindi ci fecero vedere un primo video, dal quale imparai tantissime cose. Fu molto duro vedere quanto l’aborto fosse devastante e quanto la vita umana fosse preziosa. Realizzai che la mia sofferenza seguita all’aborto era causata proprio dal fatto che avessi distrutto una cosa preziosa come una vita umana. Nei giorni che trascorsi al Rachel’s Vineyard Dio cominciò ad aiutarmi a superare il dramma e a trasformare il mio grave peccato in speranza.

REGINA: Potresti parlarci della tua esperienza, per favore?

JENNIFER: I centri Rachel’s Vineyard si basano sulla meditazione di alcuni versetti della Bibbia riguardanti la vita di Gesù. Si leggono le Scritture, quindi vengono meditate e alla fine c’è un momento di condivisione personale. Le meditazioni erano bellissime. Per me è stato il primo momento in cui ho realizzato della presenza di Gesù Cristi nella mia vita. Ci insegnarono a “guardare negli occhi di Gesù”. Ancora oggi mi commuovo nel ricordare l’amore e la compassione che provai. Un’altra donna presente nel centro mi disse “Li ho visti! Ho visto i miei figli insieme a Gesù!”. Anche io avevo visto i miei. Le meditazioni ci fecero conoscere l’Amore immenso che Dio ha per noi e così potei superare il mio trauma grazie a Gesù. Ora so che i miei figli sono con Lui, non ho più dubbi.

Al centro c’erano altre cinque o sei donne nella mia stessa situazione. Nei momenti comunitari eravamo sedute in cerchio, e ascoltavamo e meditavamo le Letture. Dopodiché una donna raccontò, tra le lacrime, la sua storia. Mi guardai intorno e i miei occhi si fermarono sul sacerdote che stava guidando l’incontro. Era un omone con un bastone in mano. Grosso, dai capelli grigi e anziano, ascoltava la donna con la massima attenzione, seduto sulla sua sedia. Era una montagna. Però nel vederlo potevo sentire la sua carità nei confronti della donna.

Tutti noi eravamo profondamente toccati. I volontari del centro erano lì per ascoltare le storie di alcune perfette sconosciute ed aiutarle a ritrovare Dio. Essi conoscevano Dio abbastanza da poter esercitare la Sua Misericordia con noi. E funzionava. È questo che mi commuove ancora oggi.

Scattai solo una foto nei giorni del ritiro. Rappresenta il viale alberato che conduceva alla casa comunitaria. Tornata a Brooklyn, inviai la foto ad una ragazza con cui avevo stretto amicizia al Rachel’s Vineyard. Lei rispose con un commento: “L’esperienza che mi ha salvato la vita, o meglio, mi ha salvato l’anima.”.

REGINA: Cosa ti ha colpito maggiormente?

JENNIFER: Il Rachel’s Vineyard è il posto in cui, per la prima volta nella mia vita, ho trascorso un’ora in Adorazione. È vero che ho ricevuto un’educazione cattolica, ma non mi era mai capitato e non avevo idea di cosa significasse svolgere l’Adorazione Perpetua. Mi svegliai alle due di notte, per prendere il posto della donna che aveva svolto il turno prima di me.

Ero lì, inginocchiata, da sola con Gesù. E questo è il momento che per me rappresenta la svolta. Sentivo la Pace data dalla Sua Presenza; avevo la consapevolezza di essere davanti a Gesù ma non sono sicura di aver compreso appieno il significato della Sua Presenza. So solo che in quel momento non ero sola.

REGINA: È molto significativo questo!

JENNIFER: In seguito partecipammo ad una cerimonia di chiusura. Invitai anche Brian affinché partecipasse, ma ovviamente non venne. Ci vennero assegnate delle bamboline che rappresentavano metaforicamente i bambini da affidare a Dio, e ognuna di noi ebbe la possibilità di dire qualcosa. Mi sentivo tranquilla e a mio agio. Mentre parlavo tra le lacrime, lamentai il fatto che Brian non fosse alla cerimonia, ma aggiunsi anche che ero sollevata all’idea che il mio bambino ora avesse un Padre che sicuramente lo amava.

Ci dettero la possibilità di scrivere una poesia. Lo feci; e la poesia è la seguente:

Ascolta il mio cuore addolorato

La misura del suo dolore

È la stessa dell’Amore di Dio

Un abbraccio, un bacio

Doloroso ma sereno è il viaggio

Dalla disperazione alla Grazia

Accettare e perdonare

Con l’umiltà posso

Vedere il tuo dolce volto

– Estate 2012 –

L’insieme dei riti, delle discussion di gruppo e delle meditazioni fu per me una vera grazia. Anche il cibo sembrava trasmettermi l’amore degli inservienti del Rachel’s Vineyard.

 

REGINA: Hai ricevuto un’educazione cattolica?

JENNIFER: Sì: ho frequentato il Catechismo per dieci anni, ma per me non ha avuto un gran significato. C’è differenza tra conoscere la religione e praticarla. Era bello, ma non abbastanza attrattivo perché lo seguissi. Inoltre, la società mi inviava tutt’altro tipo di messaggi, che erano tantissimi e in breve hanno avuto la meglio. Parlo della cultura del “sesso, droga e rock’n’roll”, dell’amore libero e disinibito, del femminismo sfrenato. E dell’imperativo del successo. Le donne dovevano avere successo senza gli uomini. Non a caso è stato dopo l’umiliazione che mi sono avvicinata al cristianesimo.

REGINA: Per favore, potresti raccontarci come sei tornata in seno alla Chiesa?

JENNIFER: Avevo frequentato il programma spirituale Al-Anon per sette anni prima di abortire: avevo capito che se avevo queste relazioni così tossiche era colpa mia. I dodici passaggi mi riportarono a Dio, e Dio mi riportò alla Chiesa. Grazie a quel programma spirituale, dopo l’aborto capii che dovevo tornare a Dio. Messa così sembra che io sia tornata alla Chiesa Cattolica solo dopo aver finito di frequentare il gruppo Al-Anon.

In realtà nel periodo in cui abortii già stavo tornando a frequentare la Chiesa, ma fu solo in seguito all’aborto che mi rivolsi ad Essa con una maggiore veemenza.

Abortii il 14 gennaio e mi confessai il 05 marzo, dopo la Messa delle Ceneri. Pure mia sorella era in chiesa; aveva saputo del mio aborto, e mi aiutò a trovare il sacerdote che poi mi confessò. Quest’ultimo mi disse che il mio bambino mi stava facendo riavvicinare a Dio. Aggiunse che ero in peccato mortale, e che chi abortisce è scomunicato dalla Chiesa, ma anche che, dal momento che ero pentita e mi ero confessata, Dio mi avrebbe perdonata. Dunque, il bambino che io avevo assassinato mi stava riportando a Dio. Non è fantastico? Pregai per la sua anima tutte le sere della Quaresima seguente: quella era la mia penitenza, che tuttavia continuo tuttora.

Inoltre continuai ad andare dallo psicologo, ma non era abbastanza. Decisi che mi avrebbe fatto bene parlare ancora con il sacerdote, e presi un appuntamento con lui.

REGINA: Il fatto che andassi dallo psicologo era in qualche modo in conflitto con il tuo ritorno in seno alla Chiesa?

JENNIFER: Quando gli dissi che avrei parlato con il sacerdote, lo psicologo manifestò preoccupazione. Probabilmente temeva che il colloquio mi avrebbe portata a provare dei sensi di colpa. All’incontro successivo mi chiese come fosse andata, e gli spiegai che si sbagliava: il sacerdote, padre Gelfant, parroco di San Findbar a Brooklyn, era stato quanto mai d’aiuto. Fu a quell’incontro che il sacerdote mi suggerì di andare al Rachel’s Vineyard.

Dopo il ritiro al Rachel’s Vineyard, andai anche all’incontro del gruppo Lumina Giornata di preghiera per la guarigione. Al termine, avevo ancora bisogno d’aiuto, per cui cominciai a frequentare un corso della durata di otto settimane presso il consultorio cittadino. Per farlo, una sera alla settimana dovevo guidare da Brooklyn a Manhattan. Per cui potete capire quanto fossi motivata!

Scherzi a parte, il corso fu d’aiuto. Mi spiegarono come convivere con il rimpianto, la rabbia e i sensi di colpa. Quanto appreso al corso, unito alle due precedenti esperienze, mi servì a superare il trauma.

REGINA: Hai avuto una sensazione precisa nel momento in cui ti sei convertita?

JENNIFER: Credo di aver avuto un’esperienza di conversione, ma non penso sia strettamente connessa al mio peccato di aborto. Dio ha atteso il momento giusto per attrarmi a Sé, e questo momento è stato più vicino al periodo in cui mio padre morì, nel 2014, cioè due anni dopo l’avorto.

Certo, un nesso c’è. L’aiuto ricevuto mi ha fatto provare un senso di sollievo, dovuto anche al perdono da me chiesto per me stessa e per Brian. Ho smesso di provare risentimento, e sono tornata a frequentare la Messa domenicale. Ancora stavo con Brian, e la nostra relazione aveva i suoi alti e bassi. Ero ancora chiusa nei suoi confronti.

Nell’estate 2013 cominciai a recitare la novena a San Giuda Taddeo per chiedergli aiuto nella mia relazione amorosa. Il terzo giorno della novena, Brian mi lasciò e così potei trovare più tempo da dedicare a me e alla mia famiglia. Fu così che scoprii che mio padre aveva un cancro. Nel periodo della sua malattia, mi affidai a Gesù e a Dio: andavo in chiesa tutti i giorni e pregavo per l’anima del mio figlio e per mio padre.

E in quel periodo Dio mi fece superare completamente il trauma. Si avvalse della morte di mio padre per permettermi di affrontare tutte le mie paure. Mesi dopo la morte di mio padre, ripercorsi quella che era stata la mia storia negli ultimi anni e finalmente riuscii a vedere il disegno divino su di me.

 

REGINA: Cosa successe?

JENNIFER: In quel momento contattai Theresa Bonaparte del gruppo Lumina, e la selezionai perché era abbastanza vicina a me, e la conoscevo avendo lavorato con lei. D’altronde, non conoscevo altre persone cui rivolgermi. Mi approcciai a lei spiegandole che l’esperienza vissuta mi aveva sconvolto al punto che non sapevo cosa fare.

In quel periodo, mi vedevo con un altro uomo e lui si era appena trasferito a casa mia. Theresa mi fu molto d’aiuto e mi segnalò un sacerdote di Brooklyn, che ora è il mio direttore spirituale. Sono consapevole che il mio cammino sia solo all’inizio.

REGINA: Cosa vuoi dire?

JENNIFER: A ottobre 2015 ho chiesto al mio attuale fidanzato di andare via da casa mia: è peccato convivere all’infuori del matrimonio. Proprio in quel periodo avevo cominciato a capire il male del sesso libero, nonostante esso sia presentato come una cosa positiva. Ora sono ben consapevole della sacralità del sesso, e del fatto che io sono una creatura di Dio e non devo strumentalizzare il mio corpo. Sto imparando a rispettare la Vita, compresa la mia. Gesù si sta rivelando a me ogniqualvolta sono disposta ad ascoltarLo. Lo prendo molto sul serio. Temo costantemente di deviare dalla Retta Via.

REGINA: Cosa diresti ad una donna che in questo momento è sul punto di abortire?

JENNIFER: Gli effetti conseguenti all’aborto mi hanno distrutta. Quasi uccisa. Mi sono pentita amaramente, ed ho passato mesi e mesi a piangere, con il desiderio fortissimo di tornare indietro e di riportare in vita il mio bambino. Ero ingenua, e ho sbagliato: ora sono pienamente consapevole della gravità del mio peccato.

[1] I Rachel’s Vineyard (letteralmente Vigna di Rachele) sono centri molto diffusi negli USA in cui le donne che hanno abortito possono ritirarsi nei fine settimana per meditare sulla scelta fatta e chiedere perdono a Dio. Prendono il nome dal personaggio biblico di Rachele.

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