UN POMERIGGIO IN GERMANIA CON FATIMA

UN POMERIGGIO IN GERMANIA CON FATIMA

Print Friendly, PDF & Email
Eravamo l’unica famiglia di americani rimasta nel vicinato. Tutti gli altri si erano trasferiti altrove, ma mio marito era deciso a non andarsene di lì finché non avessero chiuso la base militare, cosa che aveva impiegato più tempo del previsto.
A me la situazione non dispiaceva: avevo la possibilità di imparare meglio il tedesco e di conoscere la cultura locale. La fede non sembrava preoccuparmi in alcun modo. Mi lasciavo entusiasmare dalle novità, che assorbivo molto velocemente, al punto da avere una visione del mondo molto cosmopolita.

attachment4

La fede non sembrava preoccuparmi in alcun modo. Mi lasciavo entusiasmare dalle novità, che assorbivo molto velocemente, al punto da avere una visione del mondo molto cosmopolita.
Mi capitò così di andare a un incontro multiculturale cui partecipavano gli immigrati, principalmente turchi, russi e albanesi. Tutti loro erano assicurati dal liberalismo tedesco, che li assorbiva fino a renderli neutri. Fu per questo motivo che non riuscii a capire subito se Fatima fosse croata o statunitense. Sentivo che il suo accento era straniero, ma ero così preoccupata della mia situazione di straniera da non riuscire a pormi altre domande su di lei. Le nostre discussioni si focalizzarono subito sulla scuola materna, dove entrambe portavamo i nostri bambini. Quando mi chiese se avessi voluto un caffè, accettai con un “Danke shoen. Funfzehn Uhr, oder?[1]”.
L’ora del caffè era sempre intorno alle quindici, e nel nostro Siedlung[2] popolato di coppie sulla trentina con bambini, era un’istituzione. Avevo vissuto in quella cittadina per il tempo necessario a capire le regole, ma non abbastanza per esserne completamente sicura. Avevo comunque un senso di superiorità nei confronti degli altri americani che vivevano in Germania, che non andavano mai oltre l’atto di acquistare qualcosa al negozio o ordinare una birra in un Gasthof [3].
[1] Grazie mille. Alle quindici, giusto?
[2] Quartiere.
[3] Locanda.
Passeggiammo un po’ovunque, con molto piacere. La passeggiata più carina era quella che si avviava verso la Bakerei[1] e il Supermarkt[2], passando attraverso i bei giardinetti delle casette. Petra era in giardino quando uscimmo di casa per andare da Fatima. Mio figlio cominciò a giocare con i figli di Petra quando mi fermai per salutarla. Lei non sembrò affatto disturbata dall’interruzione, e ci chiese dove stessimo andando.
Am Duengerheim[3].” risposi, cercando di pronunciare al meglio il nome della via in cui viveva Fatima.
Ach! Schoen, schoen[4]” rispose Petra, pacata.
Ero abbastanza fluente da capire tutto quello che veniva detto senza fraintendimenti. Poco dopo mi disse  “Fermati qui quando torni. Probabilmente sarò ancora fuori” ma non la udii.
Seguimmo le indicazioni che Fatima ci aveva dato per trovare casa sua, e giungemmo così dall’altro lato del Siedlung, sotto la stazione ferroviaria e accanto al tunnel. Lo stile delle abitazioni era cambiato: non erano più casette singole ma condomini con più appartamenti. Trovai facilmente il suo condominio, di fronte alla Santk Thekla Kirche, la chiesa più grande della città.
La sua struttura domina il panorama cittadino e può essere vista da qualsiasi punto della città. Qualche volta sono stata nella chiesa, per una visita turistica. In una cappella c’era un dipinto, molto interessante, che rappresentava una donna dai tratti vagamente mediorientali. Immaginavo si trattasse di Santa Tecla. Il luogo in cui si trovava la chiesa era ora cruciale per me, ma nonostante tutto non pensavo in alcun modo ad essa.

attachment8

Qualche volta sono stata nella chiesa, per una visita turistica. In una cappella c’era un dipinto, molto interessante, che rappresentava una donna dai tratti vagamente mediorientali. Immaginavo si trattasse di Santa Tecla.
[1] Panetteria.
[2] Supermercato.
[3] Al Duengerheim
[4] Oh, bene, bene!
Quando entrammo nel condominio, realizzai di non aver chiesto a Fatima quale fosse il numero del suo appartamento, per cui fui costretta a cercare il suo nome sulla lista dei citofoni. Vidi una serie di nomi dall’etimologia decisamente non tedesca: Petrovic, Burakgazi, Emmini, Polzin. Probabilmente si aspettava che io sapessi riconoscere il suo cognome, e che una volta trovato un cognome possibile suonassi e chiedessi se fosse lei. Tuttavia, io ero a quello stadio nell’apprendimento di una lingua in cui si hanno incertezze nell’atto di parlare al telefono o al citofono.
Fu in quel momento che mi si avvicinò una donna dai capelli scuri. La riconobbi: suo figlio frequentava l’asilo.
“Emmini?” mi chiese, indicando una finestra del terzo piano. Quindi mi additò con aria incoraggiante il portoncino d’ingresso. Annuii e le sorrisi, mentre lei gesticolava con fare amichevole e diceva qualcosa in una lingua sconosciuta. Un gruppo di passanti si materializzò intorno a noi, era tutta gente che conoscevo di vista ma immaginavo slegata dal contesto, e che ora era intenta nelle rispettive faccende domestiche: trasportavano le buste della spesa, piantavano dei fiori o fumavano. Ognuno di loro sembrava essere al corrente della nostra visita, visto che tutti cominciarono ad additarci il condominio. Mio figlio mi guardò con aria interrogativa mentre entravamo nello stabile.

attachment5

Annuii e le sorrisi, mentre lei gesticolava con fare amichevole e diceva qualcosa in una lingua sconosciuta. Un gruppo di passanti si materializzò intorno a noi, era tutta gente che conoscevo di vista ma immaginavo slegata dal contesto, e che ora era intenta nelle rispettive faccende domestiche: trasportavano le buste della spesa, piantavano dei fiori o fumavano. Ognuno di loro sembrava essere al corrente della nostra visita.
La signora ci portò fino al terzo piano e ci indicò la porta a cui avremmo dovuto bussare, dopodiché si allontanò. Mi stavo ancora chiedendo se fossimo nel posto giusto, e quello che provai fu sollievo quando Fatima aprì la porta invitandoci a entrare. I suoi figli salutarono mio figlio Thomas, e lo accompagnarono nella propria stanza, dove cominciarono a giocare.
L’appartamento era piccolo, ma pulito. Non era ordinato come le case delle mie amiche tedesche, ma evidentemente era così perché Fatima viveva con i suoi figli in uno spazio ristretto. Mi trovai in una casa completamente diversa da quella che mi immaginavo, ed evidentemente Fatima se ne accorse dalla curiosità nel mio sguardo, per cui cominciò a mostrarmi la casa.
Così avviò un curioso giro della casa in cui aggirarsi tra le stanze non era necessario, dal momento che dal soggiorno si riusciva a vedere tutta la casa. Indicò la stanza dei bambino, con il letto del maschio grande addossato a una parete e la culla del piccolo addossata a un’altra, la piccola camera matrimoniale in cui il letto occupava quasi tutto lo spazio, la cucinetta con il piccolo tavolino e il salotto. In ogni caso, mi bastava allungare il collo verso la direzione indicata da Fatima ed esprimere la mia approvazione.
“Sì, ma” scrollò le spalle.
Entrambe fummo costrette a parlarci con le nostre lingue di origine, dal momento che il mio tedesco non era perfetto e il suo ancora meno. Mi fece capire a gesti che potevo sedermi, e mentre lo facevo cominciai a chiedermi come avrei potuto riempire le due ore che di solito giustificano la visita per il caffè dal momento che la conversazione sembrava molto difficoltosa. In quel momento, qualcosa catturò la mia attenzione.

attachment3

Di fronte a me c’era la foto di un uomo in uniforme con un AK-47 abbastanza grande e con i bordi rossi, neri e anche verdi e gialli. Non era una foto scattata durante l’azione. L’uomo era in posa, e questo secondo me rendeva la fotografia ancora più bizzarra. Provai a nascondere la mia sorpresa quando Fatima entrò con le tazzine di caffè.
“È mio fratello” spiegò “Sono Albanese.”
Così lei veniva dall’Albania. Suo fratello era morto durante la guerra. Non riuscii a capire molto di più dal momento che Fatima parlava poco tedesco.
Di fronte a me c’era la foto di un uomo in uniforme con un AK-47 abbastanza grande e con i bordi rossi, neri e anche verdi e gialli. Non era una foto scattata durante l’azione. L’uomo era in posa, e questo secondo me rendeva la fotografia ancora più bizzarra.
“Era buono” disse, scoppiando in lacrime “e così giovane.”
Provai a deviare il discorso, ma era chiaro che per lei non c’era nulla di sconveniente a parlare del fratello.
Ricordai immediatamente il giorno in cui avevo portato Petra alla Fiera Americana dei Libri. Mentre guidavamo lungo Colonel’s Row, era rimasta sorpresa nel vedere le bandiere degli Stati Uniti e della Germania sulle facciate di tutte le case. <<Cos’è?>> mi aveva chiesto, spiegando che in Germania non si usa ostentare così la bandiera. Ancora non c’erano stati i mondiali del 2004 a rendere le bandiere una sorta di accessorio per tifosi. Ero preoccupata all’idea che il nostro patriottismo statunitense l’avesse allarmata.
Io e Fatima avemmo il caffè più educativo, sotto lo sguardo del suo fratello e del suo carro armato. Portò tutto su un vassoio con delle belle coppette per le creme e tutti gli accessori. Al posto della consueta torta, mi offrì una fetta di pane ricoperta di formaggio di pecora e olio. Mi fece capire che avrei dovuto piegare la fetta di pane a metà. Era molto buono, e mentre mangiavamo ci parlammo dei piatti tipici delle rispettive nazioni di origine, e di quelli tipicamente tedeschi. Stavamo ancora parlando quando suo marito entrò.

attachment10

Io e Fatima avemmo il caffè più educativo, sotto lo sguardo del suo fratello e del suo carro armato. Portò tutto su un vassoio con delle belle coppette per le creme.
Si diresse verso la camera da letto per smettere gli abiti da lavoro, ed uscendo si sedette accanto a noi, cosa che di solito i mariti tedeschi non fanno quasi mai. Fatima mi disse che si chiamava Flori, e anche lui si unì alla conversazione, di modo che io potei accorgermi che il suo tedesco era migliore di quello di Fatima. All’occorrenza, riusciva pure a pronunciare qualche parola in inglese per facilitarmi.
Aveva insegnato Matematica all’Università di Tirana. Lui e i suoi familiari erano stati costretti a scappare dal Paese nel momento in cui era stato sospettato di istigazione, anche se io non avevo bene in chiaro di cosa fosse stato accusato o se lui fosse o meno un istigatore. In Germania si guadagnava da vivere lavorando come imbianchino part-time. Era evidente che per la famiglia fosse una benedizione avere un lavoro di qualsiasi tipo, nonostante fosse decisamente inferiore alle sue capacità. Molti immigrati non riuscivano a trovare lavoro, e dunque la disoccupazione la faceva da padrona.
Il loro appartamento, così come tutti quelli dei condomini della zona, erano stati pagati dal governo tedesco per ospitare gli immigrati. Provarono a spiegarmi la loro situazione: dovevano essere grati di qualcosa che il governo avrebbe potuto non dare loro, e inoltre volevano cominciare a lavorare in proprio. Al contempo, però, si trovavano su una lista d’attesa per una casetta popolare e questo li rendeva impazienti.
“Ma sai come sono fatti i tedeschi” disse Fatima.
Pensai alla volta in cui, notando un quartiere di case nuove, il marito di Petra mi aveva spiegato che erano per i russi.
A questo punto, Flori volse la conversazione su di me. “Tuo marito?” mi chiese “Era in Kosovo?”
Effettivamente sì, c’era stato anche se avrei voluto che loro non me l’avessero chiesto. Le donne e i bambini nei campi profughi ci commuovevano, ma quando mio marito tornò da una missione nella regione mi aveva detto:  “Sono quasi sicuro che ci siamo schierati dalla parte sbagliata.”
 Le donne e i bambini nei campi profughi ci commuovevano, ma quando mio marito tornò da una missione nella regione mi aveva detto: “Sono quasi sicuro che ci siamo schierati dalla parte sbagliata.”
“Siamo molto grati agli statunitensi per il loro aiuto” disse Flori, con entusiasmo “Veramente!”
“Oh, no” lo rassicurai  “Era la cosa giusta da fare.”
Avrei voluto fosse vero. A quel punto il discorso volse sull’11 settembre 2001. Lui e Fatima ci tenevano a farmi capire quanto fossero rimasti scioccati guardando il telegiornale quel giorno, e che provavano una profonda pietà per le vittime. Flori parlò delle motivazioni dei terroristi, dicendo:  “È vero che ci sono problemi e incomprensioni, ma non si possono risolvere così…” Con il mio massimo sollievo, il campanello della porta suonò e interruppe la conversazione.
Era la donna che ci aveva accompagnato all’appartamento e che si rivelò essere la cognata di Fatima. Per qualche motivo si chiamava Mary. Flori non riuscì a capire il motivo della mia sorpresa nel sentire il suo nome.
“Sì” annuì  “Maryam, Maria, Mary… è un bel nome, no?”
“Sì, ma è Mary.” dissi  “Non è un nome cristiano?”
“No, no. Anche da noi si utilizza il nome Maria. C’è nella tua Bibbia, ma anche nel nostro Corano. Sì, Mary.”
Cercai di capire come potesse essere, ma lui non sembrava interessato ad approfondire, tanto più che Mary aveva portato una videocassetta che a quanto pare volevano che vedessi. Flori le fece da interprete. “È il filmato del suo matrimonio, guarda!”
“Oh!” esclamai “È sposata da poco?”
“No” rispose Flori “Da quattro anni.”
Non riuscivo a capire come mai lui insistesse a farmi vedere la videocassetta, ma sembravano tutti così entusiasti che decisi di capire perché. Mentre la videocassetta si riavvolgeva, mi parlarono del loro Paese, e di come fosse bello prima dell’orrore della guerra. Ci tennero a spiegarmi che da loro l’Islam che si pratica è molto moderato. Fatima mi indicò delle persone che pregavano rivolte verso oriente, nel video: “Noi non facciamo così.”
“Bekim lo fa” Flori tradusse quanto aveva appena detto Mary. Immaginai che stesse parlando di suo marito.
“E quindi?” chiese Flori  “È quello che ti aspetti da una casa di islamici?”
Era evidente che lui volesse continuare a scherzare, così feci una battuta dicendogli che mi sarei aspettata dei burqa. Risero molto.
“No, no!” rise Flori “Guarda che se fai una passeggiata per le vie di Tirana, avrai l’impressione di essere in una discoteca!”
Quindi avviarono la cassetta. Il video cominciava con un corteo nuziale di auto, un corteo molto povero con auto di medie dimensioni e dalle carrozzerie impolverate. Tuttavia gli occupanti delle auto salutavano l’operatore nel momento in cui l’obiettivo si focalizzava su di loro. Quando il corteo partì, si udirono delle grida di gioia. Le auto passarono attraverso le vie cittadine, caratterizzate da abitazioni fatiscenti e pericolanti, e la gioia delle persone sembrava ravvivare a malapena la devastazione. La città portava ancora in sé le ferite della guerra, e io non riuscii a godere appieno della felicità sul volto degli invitati.
Non riuscivo a fissarmi in mente il nome della città in cui essi abitavano, nonostante lo avessero pronunciato numerose volte. Mi spiegarono che il corteo era diretto alla casa della sposa, dove avrebbe mostrato loro la sua dote. Sorrisi a Mary, che abbassò lo sguardo.
“Capisci” spiegò Flori  “Nessuno aveva niente. Nessuno.”
Era chiaro che mi stavano preparando alla scena relativa all’esibizione della dote. Gli invitati entrarono nella casa della famiglia della sposa, giungendo in una stanza in cui era seduta Mary, ancora senza il suo vestito nuziale. L’arredamento era stato rimosso e i tavoli erano stati spostati per dare maggiore risalto ai suoi averi, che consistevano in alcuni vestiti, qualche accessorio e poche paia di scarpe.
Era evidente che gli invitati ammutolirono, senza sapere come comportarsi. Mary scosse la testa nel momento in cui un invitato prese un pettine e lo osservò, con aria ottimista. Fatima provò a spiegarmi, a gesti, come in tempi più prosperi le doti delle spose erano molto più ricche e come di conseguenza gli invitati e la sposa si sarebbero comportati diversamente. Sembravano scusarsi con me per il matrimonio così misero, nonostante fosse occorso quattro anni prima.
Ad un certo punto, la sposa venne fatta salire su una macchina e fu accompagnata a casa di alcuni suoi parenti affinché l’agghindassero per la cerimonia. C’era un brivido di eccitazione femminile tipico di queste circostanze. Quando tornò era avvolta in un lungo e raffinato velo, così lungo che rendeva difficile intravedere il suo vestito. Il velo sembrava seguirla come uno spirito mentre lei sscendeva dall’auto prima di essere accompagnata alla cerimonia.
Il rito non venne filmato, al contrario del banchetto. Gli invitati erano raggruppati attorno ai tavoli, come a qualsiasi banchetto nuziale. La sola differenza era che non c’era l’alcol a offrire spettacoli poco decorosi. I cibi venivano presentati su grandi vassoi, e tutti sembravano piluccare qua e là piuttosto che consumare un unico grande pranzo. Avevano molte tradizioni locali che mi spiegarono. Molte di esse riguardavano le previsioni sulla prima notte di nozze.
Nel corso del banchetto Mary non aveva più il velo, e così le si scorgeva il bel vestito decorato con perle e gioielli. Aveva i suoi capelli acconciati in modo molto elaborato, per cui sembrava tutt’un’altra persona rispetto alla donna seduta di fianco a me. La telecamera indugiava sulla sposa, e così facevano tutti gli invitati. Era evidente che avessero fatto dei sacrifici per renderla così bella. Osservava con una certa dose di distacco i giochi e i festeggiamenti. Mi chiedevo cosa significasse, mentre la osservavo, seduta al mio fianco. Mi accorsi che le lacrime le rigavano il viso, mentre diceva qualcosa a Fatima affinché traducesse per me.

attachment7

Nel corso del banchetto Mary non aveva più il velo, e così le si scorgeva il bel vestito decorato con perle e gioielli. Aveva i suoi capelli acconciati in modo molto elaborato, per cui sembrava tutt’un’altra persona rispetto alla donna seduta di fianco a me.
“Ha detto… che ama suo marito. Tanto.”  disse Fatima, come se questo spiegasse tutto. Era toccante vedere come, nonostante tutta l’attenzione fosse focalizzata su di lei, Mary pensava solo a suo marito, e dopo quattro anni la sua devozione di moglie non era minimamente cambiata.
Il video proseguì con un gruppo di uomini che presero la sposa con loro e la condussero lungo il corridoio d’entrato, quando i bambini cominciarono a bussare alla porta dell’appartamento, desiderosi di giocare fuori. Fatima, Flori e Mary si dimostrarono indisponenti per l’interruzione, ma i bambini erano testardi. Guardai l’orologio e vidi che era quasi ora di andare. Questo colse di sorpresa i padroni di casa, che evidentemente si aspettavano che restassimo per cena. Non mi ero mai immaginata questa possibilità dal momento che nelle case tedesche non c’era questa usanza, per cui dovetti insistere. Avrei potuto cambiare programma, ma la verità era che era troppo: la politica, il carro armato, il matrimonio. Era stancante, e io volevo solo tornare a casa e non dover pensare così tanto. 

attachment2

Avrei potuto cambiare programma, ma la verità era che era troppo: la politica, il carro armato, il matrimonio. Era stancante, e io volevo solo tornare a casa e non dover pensare così tanto.
Uscii dopo aver preso con me un po’di cibo da portare a casa, dietro offerta di Fatima: un po’di zuppa versata in un contenitore coperto e avvolto in un tovagliolo di modo da non farmi scottare. Salutai Flori e Mary, mentre Fatima e i suoi figli mi stavano accompagnando al piano terra. Restammo nel cortile per un po’, mentre i bambini continuavano a giocare.
Era estate, e dunque le giornate erano lunghe. Potevamo vedere la facciata della chiesa di Santa Tecla stagliarsi oltre le mura dell’appartamento. L’ombra della croce più alta cadeva sul pavimento del cortile, dove i bambini giocavano a campana. Le loro ombre si mescolavano a quella della croce.
“Sei cristiana?” mi chiese Fatima.
Probabilmente lo ero, anche se non riuscivo a ricordarmi quale fosse l’ultima volta in cui mi fossi comportata da tale. Avevo ricevuto un’educazione cattolica, ma la mia religione ora non era molto di più che un susseguirsi di cerimonie e rituali. E ora, il cattolicesimo non aveva legami con la mia vita di adulta.

attachment11

“Sei cristiana?” mi chiese Fatima.
Probabilmente lo ero, anche se non riuscivo a ricordarmi quale fosse l’ultima volta in cui mi fossi comportata da tale. Avevo ricevuto un’educazione cattolica, ma la mia religione ora non era molto di più che un susseguirsi di cerimonie e rituali.
 “Credo sia lo stesso discorso per cui tu non preghi rivolta a oriente” spiegai.
Fatima annuì, meditabonda.
“Potrei fare di meglio” disse.
Non sapevo come risponderle, soprattutto perché quel discorso non mi toccava. Così guardai il cielo e mi limitai a dire: “Sta per piovere.”
L’approssimarsi di tutte quelle nuvole nere era una scusa per tagliare corto. Volevo tornare a casa prima che cominciasse a piovere.
Passando davanti a casa di Petra, la vidi ancora fuori nel giardino. Thomas guizzò verso casa, visto che i bambini non erano fuori. Petra vide la casseruola che avevo in mano e mi chiese: “Cos’è? La tua cena?”
Io annuii, mentre lei si protendeva oltre la staccionata per annusare. “Knoblauch[1]!” Non avevo mai conosciuto un tedesco che sopportasse l’odore dell’aglio come lei.
“Com’è andata?” mi chiese  “Hai trascorso un bel pomeriggio?”
Ach! Schoen, schoen…” annuii.
Sapevo a malapena come gestire i miei sentimenti così conflittuali riguardo quanto accaduto quel pomeriggio, per cui decisi di richiamare alla mente le cose più innocue, come il pane e le coppette. Apparentemente non mi importava cosa avessi detto trovandomi a confrontarmi con quei discorsi così spinosi. Stavo realizzando che il mio comportamento li aveva delusi.
Provai imbarazzo. Solo ora stavo appurando che il fatto che mi avessero fatto vedere la videocassetta del loro matrimonio era il loro modo di offrirmi il meglio che avevano, e mi sentivo a disagio perché non potevo offrire loro altrettanto. Volevo giustificarli agli occhi di Petra. Al tempo stesso rimarcavo la loro volontà di giustificare il sistema in cui avevano creduto, e dovetti ammettere che le mie opinioni non erano tanto diverse dalle loro. Mi balenò nella testa l’immagine del fratello di Fatima con il carro armato e decisi che quel ricordo sarebbe rimasto parte di me.
[1] Aglio.
“Il loro appartamento è piccolissimo” ribadii “Veramente, hanno poche cose.”
“Oh? Per caso hanno bisogno di qualcosa?” mi chiese “Qualcosa che possiamo dare loro?”
Petra non si sbagliava, solo non riuscivo a capire cosa potesse servire loro. In quel momento le campane della chiesa di Santa Tecla batterono le sei. Il suono mi evocò un ricordo difficile da allontanare dalla mente. Sentivo come se il suono annunciasse qualcosa, ma quell’impressione passò in un attimo.
“I Vespri” disse Petra. Lo dicevano tutti a quell’ora, dopo aver sentito le campane, senza interrogarsi troppo sul significato.
Dovetti rientrare a casa, perché le nuvole avevano coperto completamente il sole. Correndo verso casa, sentii la prima goccia di pioggia sul viso, mentre il vento ovattava il suono delle campane. Thomas aspettava che gli aprissi la porta prima che cominciasse l’acquazzone. Entrati a casa, mi accorsi con sollievo che tutti i miei sentimenti negativi stavano sparendo.
Molti anni più tardi, ripensando a quel pomeriggio, avrei realizzato che le campane, il matrimonio, l’ombra della croce si ricollegavano tutti allo sguardo benevolo di Maria.
Molti anni più tardi, ripensando a quel pomeriggio, avrei realizzato che le campane, il matrimonio, l’ombra della croce si ricollegavano tutti allo sguardo benevolo di Maria.

Comments

comments

No Comments

Post A Comment